“Tesori dell’Urbe”. Raffaele Davanzo guida la visita al Complesso di San Michele Arcangelo

sabato 10 novembre 2018
di Davide Pompei

"Tesori dell'Urbe". Raffaele Davanzo guida la visita al Complesso di San Michele Arcangelo

A poco più di un mese dalla partecipata visita all’Istituto San Lodovico, “Tesori dell’Urbe“, il progetto finalizzato alla scoperta – talvolta riscoperta – di luoghi cittadini di alto valore storico e/o artistico promosso per l’Anno Accademico 2018/2019 dall’Unitre di Orvieto prosegue con un’altra tappa in grado di rivelare sorprese. Si tratta del Complesso di San Michele Arcangelo, più conosciuto come Sant’Angelo che sorge sull’omonima piazza lungo Corso Cavour.

A svelarne i segreti, guidando la visita gratuita in programma per mercoledì 15 novembre alle 10.30 sarà un appassionato conoscitore e studioso della storia cittadina come l’architetto Raffaele Davanzo. “Il complesso – anticipa – è un palinsesto di fasi e stili architettonici. La chiesa attuale, elegante edificio neoclassico di Andreino Galeotti, in realtà occupa solo la parte anteriore di una chiesa medievale orientata nel senso opposto. E quindi la zona terminale delle navate ed il presbiterio dell’edificio medievale giacciono, accessibili solo di rado, alla sinistra della chiesa attuale”.

Grazie alle planimetrie delle varie fasi, messe a disposizione durante la visita, sarà possibile ri-scoprire il susseguirsi delle soluzioni architettoniche medievali che, peraltro, si presentano anche in altre chiese orvietane, come in San Giovenale e in Sant’Andrea. “La ricostruzione delle varie fasi – prosegue Davanzo – oltre all’osservazione diretta, è agevolata dal rilievo che fece il Valadier della situazione antecedente al rinnovo neoclassico, e da una veduta di un cabreo di fine 1700. Annamaria De Marchi e Paola Gallio, due studentesse di Architettura, ne fecero oggetto della loro tesi di laurea.

La seconda pubblicò un esauriente articolo nel numero del 2002 dei Quaderni di Storia dell’Architettura. Prima di tutto, il titolo: come accadeva per moltissime altre chiese dedicate a San Michele Arcangelo – il braccio militare del Creatore, sempre raffigurato con la spada – era probabilmente prossima ad un fortino, o caserma, o comunque ad una struttura che presidiava una delle zone ‘militari’ della città forse già in epoca della guerra goto-bizantina.

E ancora oggi, nella disposizione delle particelle catastali, si nota una linea Nord-Sud, che seguiva forse un limite fortificato all’interno della Rupe, verso il lato Est che non aveva strade dirette di accesso. E non a caso la prima denominazione si riferisce a Sant’Angelo in Postierla. La prima fase romanica oggi riconoscibile si deve ai benedettini della Badia dei Santi Severo e Martirio, che possedevano moltissimi terreni e case sulla Rupe.

Si trattava di una basilica a tre navate divise da quattro pilastri a sezione quadrata, con abside semicircolare, coperta a capriate e con la presenza, all’esterno, di archeggiature lombarde dello stesso tipo di quelle di San Giovenale (ben visibili sia dall’interno che dall’esterno). Come datazione si può proporre l’inizio del XII secolo, specialmente per quanto riguarda la tipologia degli archetti romanici.

La seconda chiesa romanica orvietana a cui far riferimento è il San Lorenzo de Arari, che però non presenta archetti di tipo lombardo, che invece troviamo nella Chiesa della Badia. La primitiva struttura a pilastri di sezione rettangolare fu poi modificata nel primo ‘200 con l’inserimento di volte a crociera in sostituzione delle capriate lignee.

Furono dapprima costruite le volte sulle navate laterali, e la sola prima crociera della navata centrale in prossimità del presbiterio, innestando i peducci su mensole polistili addossate ai pilastri romanici: l’elemento è tipico dell’architettura cistercense, in francese è detto culot, mentre in tedesco, sottolineando la morfologia di partenza, Zisterzienser-Abkragung.

Ad Orvieto troviamo l’elemento, oltre che in questa seconda fase della Chiesa di Sant’Angelo, anche nelle mensole delle volte della cosiddetta Cappella nel Palazzo Papale. La trasformazione fu continuata dai premonstratensi che nel 1226 sostituirono alla Badia i benedettini originari: il motivo delle mensole pensili nelle altre campate differisce, infatti, da quello della prima per il suo profilo a crochet con peducci diagonali per accogliere le costolonature della volta, motivo più strettamente dei cistercensi, il cui linguaggio architettonico i premonstratensi avevano adottato.

Una terza fase storica, come a San Giovenale, si pose come obiettivo di allargare, a forma di croce, la zona presbiteriale: ma in Sant’Angelo, avendo a disposizione più spazio, si poterono costruire due veri bracci coperti da volte a botte acuta, dopo aver eliminato le ultime due campate delle navatelle. La datazione proposta da Paola Gallio si riferisce ad un’iscrizione, tuttavia decontestualizzata dal sito originale, che afferma: «1333 anno Jesus ista volta nova facta fuit».

Contestualmente fu demolita l’originaria abside circolare – la cui presenza, che avvicinava l’impianto di Sant’Angelo a quello di San Giovenale, risulta da uno scavo effettuato nel 1934 – che fu sostituita dall’attuale abside rettangolare coperta da botte acuta, come nei bracci del transetto, e con finestra archiacuta. Infine, furono aperte due cappelle per lato all’esterno del transetto.

In tal modo si definiva un organismo iscrivibile in un quadrato, cioè con la larghezza del transetto pari alla lunghezza della navata, il che riconduce a proporzioni apprezzate dai cistercensi, simili a quelle di Santa Maria di Falleri e delle chiese cistercensi provenzali. Le cinque cappelle di transetto le ritroviamo nelle chiese mendicanti, come nel San Domenico di Orvieto.

La quarta ed ultima fase medievale (metà – fine ‘300) demolì l’intera navatella destra per ricavare un grande ambiente, coperto a tetto, delimitato da arconi acuti come quelli del transetto di San Giovenale. Queste aperture di varchi di dimensione doppia degli originari, eliminando cioè il sostegno intermedio, o addirittura tre varchi, come nella navata sinistra per ricavare un unico grande arcone, comportarono difficili lavorazioni di scuci-cuci: lo deduciamo dal rilievo del Valadier.

Il quale lo eseguì per stendere un bel progetto neoclassico che non trovò seguito; il rinnovo finale, quello che noi vediamo, più neo-cinquecentesco che neo-classico, fu realizzato negli anni 1827-28 su progetto di Andrea Galeotti. La visita permetterà anche di ammirare alcuni affreschi quattro-cinquecenteschi di particolare fattura e rarità iconografica, come la violenta battaglia (a lato: l’Arcangelo Michele combatte contro il male) che di recente è stato attribuito da Laura Guidi di Bagno alla cerchia di Tommaso Bernabei detto il Papacello”. Gli elementi storico-artistici saranno illustrati da Maddalena Ceino, docente in Storia dell’Arte.